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Murato vivo in una prigione di luoghi comuni, manipolazione della condizione personale e ricatto morale pur di mantenere la loro posizione tirannica. 

Ogni giorno si risveglia la vita devastata dall’insinuoso gossip cittadino creato da chi forte della propria posizione di potere e cerchia di relazioni personali persegue un solo fine. Frustrazione nascosta e ferite ereditate da comportamenti genitoriali di generazioni passate hanno creato spesso dei personaggi incompleti. Questi hanno subito violenze ma la tristezza è stata ormai sostituita non solo dalla rabbia ma persino da una vita intera di maschere comunemente accettate dalla cultura. Parliamo dei vizi legali, quelli accettati dalla società, quelli che qualcuno ha scritto che facciano meno male di altri. 

Stanno provando a farmi fuori di nuovo, questa volta come già in passato un ricatto morale ben strutturato e programmato. Ero uscito dalla tela grazie ad un colpo di coda, poi dovendo tornare in famiglia mi hanno teso una trappola. Senza scrupoli questi demoni che vivono nella mia stessa famiglia sfruttano lo stato di necessità di mia madre, sono i suoi stessi fratelli.

E’ tutto controllato, il mio mondo rimane solo dentro di me. L’incomunicabilità per mancanza di relazioni rende possibile un isolamento efficace ad effettuare una sorta di lavaggio di coscienza che stavolta non deve accadere. Sembra un braccio di ferro mentale in cui l’imposizione di uno status secondo qualcuno dovrebbe far cedere l’animo della persona che è in trappola. E’ già accaduto quando hanno provato a farmi fuori anni fa. Quando riuscirono ad inserirmi nel loro sistema ed io cedetti per paura, per eccessiva fiducia nel fatto che ‘tanto tutto passa’ ma anche questo è un luogo comune perché in realtà gli eventi non passano, è la vita che va avanti e non la si recupera più. 

Mi iscrissi all’università per debolezza, perché l’educazione ricevuta mi aveva spinto a vivere nella paura del non trovare lavoro. Mi aveva spinto a mettere da parte i miei pensieri sullo stile del ‘non pensare fai così e basta’, avere dei pensieri aperti ed esternarli significava esprimere se stessi essere se stessi ed autodeterminarsi, errori e cadute inclusi nel prezzo. Nel conto però mi era stato aggiunto anche uno stato di colpevolezza, quello di voler vivere, e così nella mancanza di forza e supporto (forse paterno) sono stato preda di voleri altrui. Ho iniziato quindi questo percorso cercando di mantenere un livello minimo di integrità con me stesso, per non allontanarmi troppo da ciò che sentivo essere vero ed efficace. Sapevo che la posta in gioco era alta, il mio benessere psicofisico. Quello che non immaginavo è fino a che punto sarebbe arrivata la loro volontà tirannica. Ho così iniziato questo percorso a Giurisprudenza con l’illusione di poter cambiare le cose da dentro e mi sono fatto una cultura personale leggendo tutt’altro dopo le giornate spese ad esercitare funzioni meramente mnemoniche. Assaporavo ancora una parvenza di libertà all’epoca, circa dieci anni fa o forse qualche anno in più. Non sapevo che quel tempo, quello speso la mattina non l’avrei mai più recuperato, quelle energie non mi sarebbero mai più tornate indietro. Nessuno me lo disse, nonostante abbia parlato ripetutamente nonostante le mie intenzioni desideri e sogni fossero chiari. Hanno fatto orecchie da mercante e così fanno ancora: unico interesse quello di incastrare la mia vita, manipolarla come quella di un carcerato. Tutto questo l’ho permesso io, è stata mia responsabilità perché a 15 anni era tutto già chiaro ma ho voluto fidarmi di chi mi era attorno. 

Oggi sono in una prigione che io stesso ho contribuito a costruire, svolgo servizi socialmente utili in famiglia con mio fratello disabile ed è l’unica cosa che attualmente mi tiene in vita. Il resto, tutto ciò che è fuori non mi appartiene è troppo lontano da me. E’ un discorso incomunicabile, non ci sono consigli che reggano: ho perso gli anni e le energie che nella vita di un essere umano sono quelle decisive per costruirsi un micromondo quanto più vicino al proprio essere, al proprio sentire. Le amicizie cambiano si sa e conservo anche dei bei ricordi ma il malessere che oggi mi assale quando apro gli occhi e vedo che cosa ho costruito in questi ultimi venti anni è sconfortante. 

Ho vissuto un’esperienza fortemente dissociante senza saperlo. Non quella degli ultimi anni in tribunale quanto quella universitaria. Ho frequentato pressochè esclusivamente persone che con il mio percorso di studi non avevano nulla a che fare, quelli con cui potevo condividere qualcosa erano i campi totalmente differenti, ma così sono sopravvissuto. In realtà cercavo di acchiappare fuori ciò che dentro mi mancava ciò che avevo represso. Ho accumulato sogni, desideri che una piccola parte dentro di me continuava a ripetermi che ‘se non li fai adesso chissà poi..’. Credevo che non mi stessi perdendo d’animo anche se in realtà parte della mia anima già l’avevo dimenticata. 

Ero ancora fuori dallo studio legale e non avevo la benchè minima intenzione di entrarci, già in passato l’avevo compreso ed avevo espresso le mie intenzioni. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire sicchè e d’altra parte la situazione mi era già sfuggita di mano. Avevo già venduto l’anima e non sapevo come riprendermela, una volta iniziato quel percorso uscirne mi pareva ancora più difficile della scelta che volevo fare a monte, cioè non percorrerlo proprio. C’è da dire che in famiglia non ho mai ricevuto una piena tutela da parte di mio padre. Sono sempre stato facile preda di questi animi inconsapevolmente feriti, sicchè alla fine dei conti sono diventato come loro. 

Oggi su di me pende una condanna, quella di convivere con il se distrutto anni fa. Una pena da scontare in un penitenziario invisibile, la città in cui vivo, e l’isolamento è l’unica via per rimanere in contatto con quella piccola parte di me autentica che lotta per la sopravvivenza. L’alternativa proposta, quella che chi mi ha incastrato per fini personali ovviamente auspica per me, parlo dei miei familiari, è una finta accettazione della loro imposizione tamponata da alcaloidi solo per luogo comune riconosciuti come efficaci e non dannosi. Alcool, tabacco, caffè, carne e mangiare grasso sono la ricetta perfetta per chi, potendoseli permettere, preferisce mettere sotto il tappeto i propri problemi esistenziali. 

Mi dovranno bruciare vivo per avere la mia anima. 

Ricordo tanti eventi assurdi, tanti quanti i tentativi di incastrarmi da parte di alcuni dei miei familiari che si sono ritenuti soddisfatti di avermi ‘inquadrato’, usando loro parole. 

Questo la dice lunga della considerazione personale che hanno avuto di me. Mi hanno prima inchiodato al muro, poi hanno perimetrato la mia cella e dopodichè mi hanno dipinto come un pagliaccio con il volto totalmente ricoperto di colori e camuffamenti. Ovviamente il fine quello di vedermi fisso, magari in un posto di lavoro da loro predeterminato: per loro sono solo un corpo, uno schiavo per realizzare le loro frustrazioni o riversare la violenza che, è evidente, anche loro hanno subito. 

Tra questi c’è mia madre ma come si può biasimare una donna che a conti fatti ha subito a sua volta questo genere di diseducazione? E’ da ipocriti farlo. Ciò nonostante durante l’esperienza in Tribunale svariati anni dopo durante quella che sarebbe dovuta essere una ‘lezione’ mi sono dovuto sorbire una messa in scena dell’avvocato che mi seguiva. Un monologo volto a tirare fuori un non detto personale sulla mia famiglia facilmente utilizzabile da questo soggetto che la mia famiglia la conosceva abbastanza bene. Giudizi su mia madre, sulla storia familiare personale, sul mio futuro e così via dicendo dopo che negli incontri precedenti non mi era stato detto altro che ‘scrivi poesie’. Peccato che avessi pagato per avere qualche dritta su come scrivere un atto tecnico legale. La strategia è chiara: prima di demolisce la persona, poi quando meno se lo aspetta si fa la sparata a quello che è il suo punto debole. Questo è accaduto ed io infatti per reazione mi misi a piangere e per fortuna che le lacrime non macchiano. Un chiaro intento manipolatorio per estrapolare il mio punto debole da utilizzare, per fare terra bruciata ovviamente. Per continuare a denigrare la mia persona e sebbene questi siano solo giochi di potere, l’abuso del ruolo di potere è una violenza. Questo al pari della ciliegina sulla torta per cui devo ringraziare l’avvocato che mi ha interrogato al colloquio per vagliare la mia preparazione durante la pratica. La domanda di esordio dopo aver letto il mio cognome fu :”chi è tuo padre?”, sicchè mi interrogai su quale fosse il fine della domanda e risposi secco fornendo il suo nome e cognome. 

Ancora una volta è stata l’incomunicabilità, l’impossibilità di ricevere giustizia essendo le stesse persone che portano avanti la parola Diritto a dimostrarmi la loro bandiera: quella del Potere.