Tante ferite

Tante ferite, quante le volte in cui hanno provato a farmi secco.

Strani ricordi di quella notte nel buio di Bari. Quando il sole cala l’altra città si sveglia quella che non viene pressata sul mare di giorno. Il lungomare è la griglia dove la pasta addensata di stomaci aggrovigliati ed inaciditi e delle facce richiuse su se stesse viene schiacciata e spremuta all’infuori. Così pezzi di anima lacerati vengono strappati dai corpi e gettati in mare. 

Il giorno sorge più tardi e quando passeggi sai che è giorno ma cercando il sole trovi un gigante uomo di pietra a ricordarti che il fascio ti priva proprio della prima luce del giorno, la migliore.

Hanno provato a farmi fuori dissociandomi dalla mia stessa realtà corporea, estrapolando i desideri della mia anima, deridendoli ed isolandomi dalla mia stessa persona. Hanno applicato stratagemmi per giocare con la mia mente pur di non rivedere le loro convinzioni, credenze, stampelle attitudinali. 

Aperti gli occhi ero a casa, nel letto. Pienamente consapevole degli impegni di quella mattina, in forze e motivato. Era relativamente presto, circa le 7:30 ed era stato piacevole svegliarmi poco prima della sveglia. Ero calmo, ma qualcosa non mi tornava della sera precedente: un arco temporale la cui memoria si sbiadisce poco alla volta e per poi ritornare con la stessa gradualità. Alcuni pezzi però mancavano, a partire da quel bicchiere d’acqua tutto era nella norma. Poi le prime difficoltà. 

Valeria ed Alessandra avevano portato un vassoio con delle porzioni di sushi preparato da loro, a casa. Io ero arrivato da Daniela una trentina di minuti prima che arrivassero loro, ero andato a prendere del vino. Poi avremmo fatto i conti per dividerci la spesa. Nell’attesa lasciai il vino a Daniela e mi accomodai in cucina. 

Come sempre mi svuotai le tasche e misi portafogli nella tasca destra della giacca e le chiavi dell’auto in quella sinistra. Il telefono lo appoggiai sopra il frigorifero e mi avvicinai per dare una mano ad apparecchiare. <C’è un bicchiere in più, c’è dell’acqua dentro> <E’ tuo – rispose Daniela – l’hai versata tu>. Non ricordavo assolutamente di aver versato dell’acqua nel bicchiere, in quello per giunta, ma buttai giù e lo portai a tavola. 

Il sushi era buono e la cena fu anche abbastanza celere, poi iniziammo a fare i conti e le cose non tornavano. <Allora, noi abbiamo speso Xeuro per gli ingredienti – esordisce Valeria velocemente – tu hai speso Yeuro per il vino>. <Aggiungi il costo delle alghe per avvolgere il riso>, <si, quindi devi Zeuro>. Pensai un attimo ed i conti non mi tornavano, <non mi torna – dissi – se abbiamo speso…>. <Antonio senti non iniziare a fare storie come tuo solito>, tuona Valeria. Iniziò così un battibecco sui conti, ma dopo pochissimo iniziai a non sentirmi più capace di far di conto. Me ne rendevo pienamente conto e capii che qualcosa non andava, ma rimasi calmo. Fino a quel momento in casa c’erano loro tre, Valeria Alessandra e Daniela. 

Mi alzai da tavola, l’aria iniziava ad essere amara in casa. Altre volte avevamo litigato e la situazione era andata ben oltre la normale amministrazione. Mi sentivo in pericolo. La nebbia mentale però era salita e ricordo che quando dissi che preferivo andare via anziché discutere tutta la sera loro mi fermarono. Dicevano che ero ubriaco, io però avevo bevuto due bicchieri di vino e quel bicchier d’acqua ad inizio cena. Da quel momento iniziano ad esserci dei buchi. 

Ricordo che finii a parlare di mio fratello disabile, raccontando delle mie paure profonde o storie familiari molto personali. Ricordo che provai a prendere la giacca per scappare e dentro le chiavi di casa non c’erano. Probabilmente non mi reggevo in piedi nemmeno molto bene. Mi avevano dato un duro colpo e barcollavo.

Nel ricordo successivo ero appoggiato all’ascensore. Nella giacca le chiavi di casa, quelle della macchina non c’erano e chiesi dove fossero. Ricordavo perfettamente che solo lì potevano essere e, nonostante l’annebbiamento totale, ricordavo perfettamente di averle messe li. Loro tutte negarono, io volevo solo scappare e decisi allora di scendere barcollante. Ricordo di aver chiesto di farmi andare a casa, che non sarei andato altrove. Probabilmente dissi anche un menzogna su dove sarei andato per non correre i rischio di essere raggiunto. Sapevo che non ero in grado di poter guidare alcun mezzo, avevo lasciato il motore a casa e preso l’auto quella sera. Non ricordo se avessi le chiavi con me una volta sceso, di certo scelsi di muovermi a piedi.

Dovevo attraversare a passo svelto il vialone del Policlinico se volevo avvicinarmi in una zona più sicura in poco tempo. Temevo che mi avrebbero inseguito. Camminavo a fatica perché non avevo equilibrio e solo a fatica riuscivo a pronunciare parole o frasi in maniera sciolta. Decisi di attraversare il sottopasso verso il cinema Royal, temevo di perdermi e sapevo di dover dare un riferimento in poche parole ed efficace. Chiamai prima Gabriele, Giulio, Gianni per sapere dove fossero ma non riuscivo ad esprimermi. Ero pienamente consapevole di questo, come anche della difficoltà nel reggermi in piedi. Dovevo sembrare molto ubriaco o qualcosa di simile, ne ero consapevole, ma avevo parzialmente perso il controllo delle funzioni articolatorie per parlare e muovermi. Nella prima chiamata ricordo di essermi inventato di aver fatto un incidente. Poi chiamai Gianmario, e lo dissi di nuovo senza una reale ragione, la mia mente aveva momenti in cui andava a ruota libera e diceva cose senza senso. Fortunatamente Gianmario riuscì a ripescarmi verso il Royal, raggiungemmo l’altro gruppo di amici in un bar nella zona del Policlinico. 

Quando ci incontrammo tutti loro mi pensavano molto ubriaco ma io mi sentivo molto strano, come non mi era mai capitato. Volevo muovermi agilmente ma non ci riuscivo, volevo articolare frasi ma non ci riuscivo. Appena iniziavo a parlare e subentrava un suono sopra la mia voce perdevo il filo. Provavo a spiegare cosa era accaduto ma non ci fu verso. Per giunta dopo un po’ di tempo arrivarono Valeria e Miriam, la ragazza di Gianni, che nel frattempo aveva fatto un video. Feci uno show raccapricciante, questo posso vagamente intuirlo perché ricordo di aver incontrato degli amici del liceo ed iniziai a dire che a quella mia amica le avrei messo il cazzo in bocca e me la sarei scopata volentieri. Era carina ma diciamo che il mio parlare quella sera era troppo disinvolto per appartenere ad una persona normale. 

Quando Valeria arrivò mi dette dei pugni in testa molto rabbiosa, lo stesso fece Miriam, poi qualcuno deve averle allontanate. Ero inerme riuscivo a mala pena ad alzare braccia e mani per proteggermi la testa. Ma dopo un po’, forse le stesse amiche, allontanarono Valeria. Tutto questo accadeva in un mite sabato sera di Febbraio 2013. 

Nel tempo a seguire avrebbero detto in giro che l’episodio era un esaurimento nervoso, avrebbero addebitato tutto al bere, all’alcool. Nessuno però ne parlava de visu con me, quando però il discorso usciva quella era la retorica. Anche Giulio più avanti negli anni ribadiva in questi termini. La mia personale esperienza tuttavia non mi ha fatto credere allora come anche oggi ad un esaurimento nervoso oppure ad una semplice sbronza. Sapevo nel profondo che mi avevano avvelenato ma non avevo la più pallida idea di cosa mi avessero potuto dare, ne tanto meno come avendo mangiato e bevuto insieme alle tre ragazze. 

Ore di follia difronte a quel bar, la situazione era decisamente degenerata. Gianni si prese anche un ceffone da un tizio quando provai ad entrare nel bar per allontanarmi da qualcosa che avvertivo come pericoloso. Ricordo un momento in cui Carmine mi fece avvicinare ad uno straniero che voleva fare non so cosa, forse scopare. Ricordo di essermene andato in qualche modo, mi rifugiai nell’auto di Gianmario che poi tornò a casa. Io rimasi li, non riuscivo a fare nulla.

Fu Giancarlo, il ragazzo di Annachiara, a riaccompagnarmi a casa. Ricordo che le chiavi di casa non le avevo con me nella giacca e tutta la discussione con Valeria quando mi aveva raggiunto al pub verteva proprio su questo. Io sapevo che me le avevano tolte, una certezza assoluta perché mi ricordo con precisione il momento in cui le avevo messe nella tasca della giacca (come sempre). Ricordo con precisione che avevo portato la giacca nell’altra stanza su di un divano o un letto, dentro avevo lasciato sia il portafogli sia le chiavi. Non riuscivo a parlare, nessuno mi prendeva sul serio o tanto meno capiva cosa volessi dire. Credo che per questo si accanì così tanto con quei pugni in testa. 

Arrivammo sotto il portone e Giancarlo forse citofonò e mia madre aprì il portone. Ho un vago ricordo per cui dissi di non avere le chiavi con me. Non avevo contezza dell’orario ma non era tardi, erano trascorse poche ore da quel bicchier d’acqua a casa di Daniela.

Entrato in casa ricordo che mia madre non mi disse nulla, io non feci fatica a lavarmi i denti, spogliarmi e mettermi a letto. Me lo avrebbe raccontato mia madre stessa, io non ho molti ricordi di quei momenti. 

Aprii gli occhi il giorno dopo. Era domenica e dovevo timonare ad una regata cittadina su di una barca semicabinata. Il meteo tutto sommato non era molto diverso da quello di oggi, 24 Gennaio, una decina di anni dopo. Maestrale intenso, onde frangenti e cielo poco nuvoloso, la regata andò liscia nonostante qualche errore. Non mi sentivo stanco, affatto, anzi rientrando in porto iniziavo a riflettere sul fatto che ero fresco. Iniziavo realmente a prendere coscienza del fatto che qualcosa mi era sfuggito, iniziavo a riflettere su ciò che non mi tornava. I ricordi della sera passata erano annebbiati e molti passaggi li avrei ricostruiti con il tempo. Procedevano a vele ammainate, con il motore fuoribordo e quando mi misi a pisciare fuoribordo a poppa notai un primo particolare. Non pisciavo da oltre 12 ore. 

Non raccontai nulla a nessuno dell’equipaggio e non dissi nulla a nessuno in generale quel giorno. Mi limitai a recuperare le chiavi dell’auto e di casa che magicamente erano rimaste a casa di Daniela. Mi recai da Daniela e le dissi freddo che molte cose non mi tornavano, ma presi le chiavi e me ne andai. Al tramonto chiamai Cosimo un medico di base a cui mi rivolgevo spesso. Spiegai l’accaduto e che avevo il dubbio che potessero avermi sedato con il GHB, barbiturici, benzodiazepine o simili. Lui disse che probabilmente era così ma che era meglio non saperlo proprio. Mi consigliò anche di non bere. 

Valeria era sparita dalla mia vita con poche telefonate, e la settimana dopo ricostruì che l’unica maniera possibile per farmi assumere quei farmaci era proprio con quel bicchiere d’acqua che avevo bevuto da Daniela. Quel bicchiere d’acqua che non ricordavo assolutamente di aver riempito: inodore, trasparente ed apparentemente innocente. Lasciai intendere alle ragazze che avevo compreso questa storia. Chiamai un numero verde trovato on line ma scelsi di non effettuare analisi del capello ed entrare in una terribile trafila di burocrazia, potere ed ulteriore avvelenamento mentale. 

Era già dura affrontare questo stupro mentale. Questa violenza subita in maniera inerte la lasciai alle spalle, sebbene mi sia sentito umiliato ho scelto di non cadere nella paura. Ho lottato per tenere a bada pensieri oscuri riguardo quella notte, mi sono concentrato per non cadere ancora nonostante gli strascichi che mi portai per qualche settimana a seguire. Non potevo bere che un solo sorso di alcool che mi veniva da rimettermi a dormire. Mi iscrissi allora in piscina per ripulire il fisico il più velocemente possibile, ci riuscii in circa 2 mesi e mezzo. 

Ne uscii ferito ma ancora vivo.